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Archivio Marzo 2007
(17/03/2007 - 22:05)

Miles Il genio del nostro secolo.

di Solid

La storia del jazz è fatta di tanti musicisti che non si sono limitati a suonare in maniera impeccabile ma hanno scoperto nuove strutture, nuove concezioni armoniche e nuovi modi di affrontare l'improvvisazione.

Di norma lo hanno fatto una sola volta: Louis Armstrong alla fine degli anni '20, Count Basie, Lester Young e altri alla fine degli anni '30, Dizzy Gillespie e Charlie Parker negli anni '40. Solo Duke Ellington, Charles Mingus, John Coltrane e Miles Davis hanno introdotto nuovi concetti musicali rinnovando costantemente il loro percorso artistico.

Davis più di ogni altro ha trasformato la sua musica, peraltro documentata in modo capillare dalla sua ampia discografia.

Miles è stato un grandissimo melodista, forse il più grande che la storia del jazz ricordi,la sua longevità artistica non ha eguali, ha creato di continuo,con parametri d'una qualità spesso straordinaria.

Egli è passato attraverso diverse fasi stilistiche e in ognuna di esse ha primeggiato indicando nuove strade da seguire. E' stato un fine improvvisatore rivelando nel contempo una grande sensibilità per l'arrangiamento e la composizione.

Miles è stato e rimarrà il più grande interprete della sua musica, nonostante tecnicamente ci siano stati trombettisti più bravi di lui, non è possibile pensare che una "tromba" tecnicamente superiore avrebbe potuto suonare la musica di Davis ottenendo risultati migliori.

La forza spirituale delle sue improvvisazioni ha esercitato e (continua a farlo) un'influenza anche su quei trombettisti più rigorosi tecnicamente.E' sempre stato oggetto di studio da parte di schiere di musicisti di ogni fascia d'età, più in generale Davis è stato capace di esercitare quella "tendenza" per la quale viene oggi considerato il maestro tra i maestri.

L'eterno dilemma cioè la contrapposizione tra semplicità e complessità cessa di esistere nel modo di suonare di Miles. Potremmo sostenere che tutti i lavori di Davis siano dei classici, un dato evidente che fa di lui una delle massime espressioni nella storia della musica jazz.

Tantissime persone comprano e ascoltano i cd di M. Davis da Birth of the cool, il famoso nonetto capitanato da Davis nel 1948 all'età di 18 anni, così come tutti i dischi incisi per la prestige nei primi anni '50,quelli con Horace Silver e Art Blakey, nei quali cominciano a notarsi i segnali di un rinnovamento musicale, per non citare il quintetto con John Coltrane.

Io prenderei in esame il blocco delle registrazioni su etichetta prestige e quello immediatamente successivo perche a mio avviso rappresentano  l'assoluto capolavoro del jazz moderno. La sensazione è che questi lavori mostrino tutte le direzioni di questa musica, e tutte le sue emozioni.

Molte grosse personalità del jazz hanno prodotto dischi di "riferimento" per l'evoluzione di questa musica ma non hanno mai avuto quella potenzialità e continuità che al contrario si avvertono nella musica di Davis, il quale continuando a stupirci realizzerà tre opere di assoluto livello con l'orchestra condotta e arrangiata da Gil Evans con le quali introdurrà il concetto di jazz modale.

L'opera in assoluto più grande ritenuta unanimamente da critici e appassionati resta di diritto KIND OF BLUE, un capolavoro di raro equilibrio compositivo/improvvisativo, che ancora oggi rimane uno dei cd più venduti in assoluto. Il capolavoro del jazz modale, lo sforzo di continuare a suonare in modo semplice rivoluzionando però il concetto di forma: egli tende a liberare il più possibile le sue improvvisazioni dal telaio di accordi che cambiano continuamente, le basa sul concetto di scale. Quando ad esempio G. Evans lavorò sull'arrangiamento di I love you porgy-da Porgy & Bess di Gershwin- scrisse solo una scala musicale per Davis senza nessun accordo, tutto ciò rendeva possibile a Miles di suonare in maniera molto più libera.

Miles e con lui J. Coltrane renderanno determinante questo modo di improvvisare su scale per tutto il mondo del jazz, creando così la premessa alla completa libertà del free jazz.

Nel periodo in cui aveva formato il nuovo quintetto con Shorter,Hancock, Williams, Carter,egli ha nuovamente rinnovato i parametri del jazz e poi ha dato vita ai migliori esempi di jazz-rock e negli ultimi anni (quando la stanchezza e le malattie gli impediranno di aver il polso organizzativo di una volta) ha mostrato l'unica sintesi possibile fra jazz soul e funky, una sintesi che privilegiava la blackness, l'immediatezza, contro gli inutili effetismi della musica di consumo.

Miles ha sempre avuto presente il senso della sua musica, il suo sviluppo organico; ciò gli ha impedito di registrare tutto quello che non raggiungesse gli elevati livelli imposti dalla necessità artistiche. Avrebbe potuto fare quello che la maggioranza dei musicisti jazz erano soliti fare: basare tutta la propria carriera su di una sola fase. Con Miles si può scegliere tra 5 diverse fasi: la musica del quintetto alla metà degli anni '50,con le sue canzoni leggere il blues e il fresco flusso di composizioni originali, la musica modale del sestetto degli anni '50, la musica più astratta della metà degli anni '60, la musica con l'influenza rock ed elettronica degli anni '70, le varie grandi formazioni con Gil Evans.

Miles avrebbe potuto basare la propria grandezza su una sola di queste fasi,che abbia scelto di non farlo è segno di assoluta grandezza. Il dilemma che lo minava non poco a livello mentale verso la fine degli anni '70 e quindi nel suo periodo di inattività, era il non voler tornare indietro sui suoi stessi passi, ma al contempo non aveva ancora trovato una giusta nuova strada da seguire. Eppure si rimane ancora meravigliati ascoltando i suoi dischi più recenti (come We Want Miles,Tutu, o Amandla), ma soprattutto si rimane affascinati dal suo  suono così intenso che  scava dentro di noi come un martello pneumatico fa con l'asfalto.

Mi piacerebbe concludere questo post citando un pensiero molto bello di Miles tratto dalla sua autobiografia,quando racconta di come ha passato tutta la sua vita a cercare di ricreare la carica musicale che aveva sentito,giovanissimo,da Gillespie e Parker. Egli dice: "La musica che mi piace non c'è più, bisogna che me la inventi io...con la mia tromba.

Sono passati 60 anni dall'inizio della sua carriera, eppure anche dopo la sua scomparsa la sua musica, arricchitasi di motivi pop attuali come Time After Time, continua a colpirci alla gola come una volta.

In una delle sue ultime interviste ribadì che quella di oggi era la musica migliore che avesse mai suonato,e Miles non è tipo da dire cose in cui non creda profondamente.

La qualità di una vita non si misura in quanti respiri essa ci concede,

ma per quante volte ci toglie il respiro.

Vorrei augurare a tutti i miei amici della blogosfera e a tutti quelli che lo diventeranno,

un anno pieno di musica,

di pagine scritte,

di orizzonti e di sguardi che vi lascino senza respiro.

(17/03/2007 - 17:49)

Telegrafico

di Solid

A volte le parole sono come nuvole......nascondono altre realtà.

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