Sono bastati dieci mesi a Google per trasformare YouTube. Anche l'ultimo tassello del puzzle è ormai al suo posto ed ecco che il portale di videosharing che ha fatto storia comincia a trasformarsi in oro e dollari, con la pubblicità ovviamente.
L'operazione però è delicata: come trasformare YouTube in una macchina per soldi senza intaccare l'esperienza di fruizione degli utenti? Dopo dieci mesi Google ha trovato la soluzione per salvare capra e cavoli, ma sarà davvero così?
La soluzione viene descritta così dal New York Times:
Gli ads, che appaiono a quindici secondi dlal'inizio del video, prendono il formato di una banda trasparente (la trasparenza è all'80% come spiega Mashable) sul fondo dello schermo non diversa dagli overlay che ci vengono mostrati durante i programi televisivi.
L'utente può ignorare la pubblicità in sovraimpressione che scomparirà dopo 10 secondi oppure chiuderla. Ma se l'utente ci clicca sopra il video che stava guardando si interrompe e inizia una nuova clip. Quando questa clip pubblicitaria è finita oppure se l'utente la chiude, il video originale ricomincia dal momento in cui si era interrotto.
Da questa descrizione sembra un metodo poco invasivo e rispettoso dell'esperienza dell'utente; ad essere invasiva piuttosto è la pubblicità in sé. Sappiamo però che senza la pubblicità non rimarrebbe molto del Web per come esso è strutturato.
La domanda riguarda piuttosto l'atteggiamento di Google rispetto ai video generati dagli utenti: anche questi saranno corredati di pubblicità? Risponde Eileen Naughton, direttore delle media platform di Google: al momento le pubblicità saranno ospitate solo nei video prodotti dai partner di Google, quel migliaio di società che hanno dato i propri video in licenza a YouTube.
Sarebbe infatti fuori luogo inserire la pubblicità di un'auto nel video dell'utente X che fa di quell'auto un uso improprio, del genere don't try this at home: impossibile garantire agli investitori che gli incontrollabili (o forse sarebbe meglio dire i finora incontrollati) video degli utenti rispecchino il messaggio che si vuole veicolare con la pubblicità. Peggio ancora se il video in questione non dovesse rispettare il diritto d'autore, infrazione che Google sta cercando di mettere sotto controllo.
FONTE: BLOGOSFERE il network di blog professionali d'informazione.
Con l’acquisizione di YouTube completa una strategia partita con l’accordo di esclusiva su MySpace di Murdoch. La ‘convergenza’ cambia il mondo del web. In meno di un mese Google ha messo le mani sul mercato della pubblicità online del futuro. Lo ha fatto con due operazioni spettacolari che hanno portato sotto il controllo del gigante californiano i primi due portali del mercato. Anzi, più che portali, «sistemi di community». L’acquisizione annunciata lunedì scorso di YouTube per 1,6 miliardi di dollari segue infatti di poche settimane la conquista dell’esclusiva della gestione di pubblicità di MySpace: un’esclusiva che dura per tre anni e mezzo, che prevede anche che sia Google ad occuparsi delle ricerche sul sito MySpace e che frutterà alla NewsCorp di Rupert Murdoch 900 milioni di dollari, ossia il 50% in più della cifra che lo stesso Murdoch ha pagato la primavera scorsa per acquisirne il controllo. YouTube ha 20 milioni di utenti unici al mese; ogni giorno vengono scaricati dagli utenti 100 milioni di video e ne vengono caricati 60 mila; ha una quota di mercato del 29% sul totale dell’entertainment multimediale online negli Usa. MySpace è invece visitato quotidianamente da 6 milioni di utenti e la sua quota sul mercato Usa dell’entertainment online è del 19%. Questi numeri sono enormi, ma siccome siamo nel mondo virtuale non bisogna valutarli con gli stessi parametri usati nel mondo «reale». Insomma, se qualcuno avesse l’impressione che Google ha a questo punto conquistato il mercato, ebbene, sappia che non è proprio così. L’operazione YouTube è quella che meglio si presta a spiegare cosa sta accadendo. L’audience tv sta diminuendo. E quella che resta è sempre più fatta di anziani. I 3040enni, ossia i consumatori ideali, sono sempre meno davanti alla tv. E ancora di meno lo sono i 3040enni di domani, che oggi hanno tra i 15 e i 25 anni e che bisogna iniziare a saper catturare da piccoli. E dove è possibile trovare tutte queste persone? Su Internet. Come rileva puntualmente Nielsen Net Ratings, in particolare la categoria degli utenti dei motori di ricerca è costituita, in tutto il mondo, da persone tra 30 e i 49 anni. Mentre le community coprono le fasce d’età precedenti. Ma con Internet per gli investitori pubblicitari il mondo si rovescia. Prima c’erano dei signori che si occupavano di concentrare le persone in un unico posto: davanti alla tv nel prime time. Adesso i destinatari delle inserzioni pubblicitarie non hanno più né orari né canali. E’ per questo che allora bisogna andare a portare la pubblicità dove loro, singolarmente sono. E con la tecnologia questo si può fare. «Oggi si può tracciare il comportamento del consumatore. Quando un utente entra in un sito e passa su un banner pubblicitario, gli viene assegnato un codice. E se prima o poi, anche dopo giorni, andrà a visitare il sito del prodotto relativo a quel banner, sarà riconosciuto. Questo consente agli investitori pubblicitari di misurare la redditività dei soldi che investono su Internet, ma permette anche di fare qualcosa che prima era impensabile: cambiare strategie in corsa, apportare correttivi». A parlare è Layla Pavone, managing director di Isobar Italia, una dei maggiori network di pubblicità online, e presidente per l’Europa, oltre che per l’Italia, di Iab, Interactive Advertising Bureau, un thinkthank internazionale sulle nuove tendenze del mercato pubblicitario. Quello che serve dunque agli investitori pubblicitari sono delle «piazze virtuali» sempre più ampie e articolate. E delle «emall» quali sono YouTube o MySpace sono, per ora, l’ideale. Perché non ci si entra solo per vedere i video del giorno, usandolo quindi più o meno come un televisore, in cui si salta da un canale all’altro. Ma ci si entra anche senza passare per l’home page (di qui la differenza con i portali tradizionali) entrando direttamente nelle community affiliate. Questo, assieme alla tracciabilità, consente di avere, per esempio, su tutti i 20 milioni di utenti YouTube, informazioni tali per cui ogni inserzionista pubblicitario manderà le sue informazioni non in un luogo generico ma esclusivamente a chi si sa che sarà interessato a quel tipo di argomento. Al punto che ora, a chiudere il cerchio di questa rivoluzione, si sta iniziando a pubblicizzare la stessa tv: «Ci sono spot realizzati in ‘stile YouTube’ racconta Layla Pavone appena di ritorno da San Francisco in cui personaggi della Nbc raccontano i loro programmi e il palinsesto della rete». A questo processo contribuisce anche un processo in corso nel mondo Internet: una specie di «convergenza del web»: «Fino a un anno fa c’era più specializzazione spiega Andrea Rangone, direttore dell’Osservatorio sui servizi a valore aggiunto del Politecnico di Milano Amazon per i libri, EBay per le aste, Google per le ricerche, Yahoo per le ‘directory’. Adesso tutti tendono a far tutto: si stanno trasformando in ‘emall’ grandi gallerie virtuali. E da questo punto di vista la mossa di Google potrebbe essere una mossa difensiva: comprare il numero uno, YouTube, prima che finisse in mani altrui». Intanto comunque tutta questa attenzione alimenta un circolo virtuoso: si parla di pubblicità online perché cresce e più se ne parla e ancora di più cresce. Il trend di crescita in Usa è del 38%, in Gran Bretagna del 60%, perfino in Italia, che ha ancora numeri molto piccoli (350 milioni tra banner tradizionali e quella nuova legata alle ricerche), è del 57%. Ma sono perlopiù risorse aggiuntive: il web sta conquistando imprese e inserzionisti che non hanno convenienza a investire sui media tradizionali sia perché puntano a target più circoscritti sia per il livello dei prezzi. Tutto chiaro, quindi, e il primato di Google è indiscusso. Oggi sì, il dubbio è un altro. YouTube è partita 19 mesi fa. Ha raggiunto questi numeri perché sul mercato erano in due, assieme a MySpace. Ma ora, viste le quotazioni, i potenziali emuli sono già una fila di dot.com pronte ad essere acquisite. E come Google ha scalzato in un niente Yahoo o Altavista, così qualcuno in pochi mesi può scalzare YouTube.
Fonte: La Repubblica
Leggi questo post, riguarda i tuoi soldi! di Sara (21/08/2007 - 12:17) Ciao, se sei un socio friend$, ma anche se non lo sei, leggi attentamente questo post perché è nel tuo interesse: riguarda i tuoi soldi, ma anche la "buona salute" della community! :) Per aderire al programma friend$, che permette di visualizzare i banner pubblicitari di AdSense nelle proprie pagine Dada.net e guadagnare, è necessario essere in possesso di un account AdSense, che viene concesso (e gestito) da Google. Nei giorni scorsi, Google ha sospeso o chiuso l'account AdSense di alcuni utenti friend$, motivando la decisione con l'accusa di click illeciti generati sulle loro pagine. Questi utenti si sono rivolti a Dada (in particolare allo staff di friend$) spiegando che l'accusa è infondata e che non hanno mai fatto o richiesto click fraudolenti. In questi giorni (purtroppo rallentato a causa delle ferie) lo staff di Dadafriend$ sta lavorando per ottenere da Google analisi dettagliate e risposte precise. Chiediamo il ripristino degli account degli utenti che si sono visti danneggiare e hanno invece lavorato correttamente. Intanto teniamo sotto controllo la community: l'invito che vi rivolgiamo è quello di controllare il vostro account AdSense e vedere se ci sono "picchi" strani nel rendimento delle vostre pagine. Le anomalie vanno segnalate sia a Google adsense-it@google.com sia allo staff friend$ friends-it@crm.dada.net. Ultimo invito: rileggete attentamente sia la policy della Community Dada.net che il regolamento del programma AdSense per essere certi di seguire al 100% quanto indicato.
Si parla sempre e soltanto di click illeciti...ma i contenuti negli spazi...quelli non vengono mai presi in considerazione! Come facciamo a sapere se Google non li ritenga in linea con il programma? Mi sembra che nessuno qui affronti quest'argomento.
Come Google sta cercando di combattere l'annoso problema dei click fraudolenti.
di Marina Rossi 20/08/2007 - 13:03
Informazione e azione, sono queste le parole chiave nella battaglia di Google contro la frode dei click. Il sito Ad Traffic Quality Resource Center si propone di riabilitare il nome del pay-per-click, principale fonte di guadagno per Mountain View, finita sotto accusa per via delle truffe. La lotta alla frode online, perpetrata attraverso i click, continua a trovare un riferimento nella figura onnipresente di Google che, grazie al progetto Ad Traffic Quality Resource Center, studia sistemi che garantiscano l'affidabilità dei pay-per-click, il sistema di inserzioni pubblicitarie contestutali reso popolare dal motore di ricerca di Mountain View. Il meccanismo, sempre più nell'occhio del ciclone, consente alle aziende di controllare il ritorno di un investimento sulla base del numero di click generati da un link pubblicitario. L'opera del centro dedicato all'analisi del traffico proveniente dalle inserzioni, sarebbe dovuto nascere già lo scorso marzo ma, per favorire ulteriori progetti contro le truffe, il sito è stato lanciato solo giovedì sera. Attraverso l'iniziativa, l'azienda cerca di raccogliere tutte le informazioni riguardanti la pratica fraudolenta, a partire dalla definizione di invalid click e click fraud, di offrire aiuto online e di divulgare l'attività del centro per contrastare i responsabili e identificarli. Per Google, il sistema di pubblicità contestuale pay-per-click è la principale fonte di guadagno ed è pertanto cruciale che il servizio sia protetto per garantire affidabilità a tutte le parti coinvolte: le aziende che pagano per la visibilità, i siti che ospitano le inserzioni e che guadagnano da esse, gli utenti il cui click attiva il ciclo economico. Google ha sempre ridimensionato il problema dei click invalidi che, secondo i dati ufficiali, non supererebbe il 10 per cento del totale. Tuttavia, il gran numero di frodi e di accuse (costate a Google 90 milioni di dollari) ha obbligato l'azienda a migliorare gli aspetti più delicati del sistema e a assicurarne una maggiore affidabilità. Tra i progetti che già sono stati attivati nei mesi scorsi, il principale è IP filtering. Per contrastare l'abuso di click sulle pubblicità testuali – che causa un aumento di costi per le aziende, senza però dare un ritorno di visibilità –, a marzo Google ha creato un filtro basato su indirizzi IP che blocca il conteggio del traffico proveniente dai terminali considerati scorretti. La soluzione, discretamente semplice da implementare, non garantisce però una completa immunità dalle frodi: i sistemi automatici che attuano click fraud possono anche mascherare il proprio indirizzo di provenienza cambiandolo dinamicamente. Inoltre, l'IP non permette di ricondurre alla persona ma solo al terminale, che viene bloccato indipendentemente da chi lo utilizza, generando così un discreto numero di falsi positivi: per esempio, nelle sottoreti che utilizzano un indirizzo condiviso (attraverso il sistema di Nat) tutti i Pc possono essere bloccati anche se non tutti gli utenti sono responsabili di frodi.
Articolo tratto da visionpost.it
Articolo a mia volta gentilmente concessomi da Effekappastudio, che ringrazio pubblicamente per averlo segnalato.
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